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Io Ale Kasim e gli Archive
Ale e io prendiamo armi e bagagli, anzi solo bagagli e ci lanciamo verso Milano dove ci attendono gli Archive che senza di noi manco cominciano a suonare. Lo so per certo perché la cantante tale “non me lo ricordo” assieme al tastierista “echecazzoneso”, hanno inviato un comunicato stampa a tutte le testate giornalistiche, sottolineando il fatto che la nostra presenza per loro era vitale. Quindi che potevamo fare? Eravamo anche moralmente obbligati, avremmo di certo preferito andare a sentire il mitico Giggi Di Alessio, ma la sfiga quando batte è meglio di una puttana. Quindi, prendiamo il nostro regionale, arriviamo a Milano in orario assieme al FrecciaRossa che ha un ritardo di 3 giorni, e ci incontriamo con l’amico compare Comparetto Cosimuzzo Kasim di Vicolo Gecko. Codesto personaggio, losco dai tratti e amabile nei fatti, ha fondato una band, i “Vicolo Gecko” per l’appunto, e stasera viene con noi perché contattato dal manager degli Archive che vuole fargli un contratto di 86 anni e 3 giorni per le sue capacità conoscitive nel campo della musica. Prendiamo la metro, prendiamo il tram, prendiamo la bici, prendiamo gli sci, e arriviamo vicino al luogo dove si tiene il concerto della band più brava e geniale del mondo, dopo quella di Arbore ovviamente. Entriamo come cani famelici in una pizzeria dall’aria alquanto spoglia, e ordiniamo. Trangugiamo la cena alla velocità della luce, paghiamo (brutta abitudine direi) e arriviamo all’entrata della Salumeria della Musica. Fuori c’è un pulmann tutto nero, che fa pensare a noi e a tutti quelli che stanno attorno che all’interno di quel coso a 4 ruote probabilmente c’è la band al completo. Io urlo a squarciagola “Voglio l’autografo di John Lennon”, Kasim assieme alla Ale, mi trattengono, mi riferiscono che trattasi di Archive e non di Beatles e mi danno anche la dolente notizia che il Lennon da me tanto sognato è morto trent’anni fa ucciso da un fan. Non ne sapevo niente. Il colpo è basso, piango e mi dispero. Voglio recuperare gli sci e attaccarmi ai fili del tram per farla finita, quando due personaggi gruppeschi archivisti si fanno notare all’entrata del Bus. Io e Kasim sfoggiamo il nostro inglese che sembra una pepata di cozze fatta dai trentini, e con gesti, segni e aug, cerchiamo di relazionarci con quella gente che non parla la nostra lingua. Ma dico io, cazzo, ma perché se io vado in qualsiasi parte del globo devo parlare sto cazzo di inglese e invece se sono in Italia con un inglese non è lui che deve parlare la mia di lingua. Decidiamo che per capirci meglio è più consono baciarsi alla francese, magari con qualche stacco di flamenco. Ci baciamo tutti, io Kasim Ale, il tastierista, il bassista e tutta la band. Fumiamo e ci baciamo. La voce femmina della band, nota siciliana latitante in Inghilterra, vuole fare l’amore con Kasim, l’amico mio le dice, “io volentieri mi dono a te, in cambio del biglietto che non ho”. Lei, presa dalla foga della passione lo sbatte al muro, e in una danza sacrale siciliana, a suon di scaccia pensieri e vicoli Gecki, trionfalmente ne esce col biglietto in mano e una faccia soddisfatta. La band si infila nella lastra di lamiera della Salumeria, noi come gatti miracolati scivoliamo sui tubi e parcheggiamo le nostre membra sulla panca alla destra del palco. Eccoli, che cominciano a suonare. Cantano in inglese, nonostante le nostre lezioni di italiano impartite a suon di baci, e fanno delirare la platea. Birre luci suoni, suoni birre luci, trip pop che esalta. Kasim, incoraggiato dalla Ale, salta sul palco, abbraccia il microfono come un bambino di tre mesi e comincia a cantare “Sciuri Sciuri”. L’applauso esplode, qualche “Minchia sei un mito comparuzzo” si erge dal pubblico delirante, la cantante sicula inglese, sale sul palco abbraccia Kasim come un microfono che sembra un bambino di tre mesi e lo fa roteare tra le sue gambe. E’ amore puro.
Finisce il concerto, Kasim è scomparso. Fonti non ufficiali dicono sia in Groenlandia in un iglù con la cantante sicula inglese a cercare l’estro per la canzone del secolo. Si narra che Kasim l’abbia messa incinta e lei aspetti 12 gemelli, metà inglesi, metà siculi.
Io e Ale, abbandonati dall’amico rockettaro, torniamo verso l’albergo prenotato due giorni indietro. Alexander, uomo che dà nome all’hotel e energumeno di 3 metri per 4 ci dà il benvenuto. Bagasce di ogni credo e genere si strusciano nei corridoi che affacciano sulle stanze. Dormiamo a ritmo di mugolii e sbattimenti di reti insonni. Alle sette della mattina gli operai di una ditta di ricerca dell’oro e dell’argento, cominciano a scavare sulla strada adiacente alla nostra finestra. Ale ha le occhiae lunghe come la costa del Cile, mi guarda, maledice tutte le troie del quartiere e con un occhiata mi fa intendere che forse è meglio andare anche noi a cercare l’oro. Vestiti alla meno peggio, ci inoltriamo in una buca mineraria, troviamo 4 braccialetti e una fede datata 2456 (mah) e seguendo l’odore dello smog milanese, raggiungiamo la stazione scavando cunicoli con un programma di escavazione del mio IPhone. La stazione centrale ci inghiotte nel binario 3, sul regionale rosso che ci scaraventa a Verona dopo due ore di viaggio senza riscaldamento.
Ad oggi, che sono passati 20 giorni da quel fatidico concerto, abbiamo ancora pezzi di ghiaccio nei capelli, e stiamo seriamente pensando di spalmarci sulla pelle una ventina di litri di Centerbe, che a detta di molti è il miglior antidoto contro il congelamento avanzato.

